C’è un punto, nel sud del Marocco, in cui l’asfalto smette di “soffocare” la terra. Non si interrompe: finisce. Da lì in poi ci sono la sabbia e le piste, e si va avanti solo come si è sempre andati avanti. A piedi, o al passo dei dromedari.
Quel punto si chiama M’hamid El Ghizlane, la piana delle gazzelle, ed è l’ultima oasi della valle del Drâa prima del Sahara. Per secoli è stata una soglia: qui le carovane dirette a Timbuctù contavano l’acqua e decidevano se partire davvero.
Noi partiamo da lì.
Quattro giorni di cammino con una carovana di dromedari, dentro un deserto che scoprirete non essere fatto di sabbia. Non all’inizio, almeno. Prima ci sono i pianori di pietra, i letti di fiumi asciutti, le acacie e i tamarindi che fanno ombra, un bene prezioso nel bel mezzo del deserto. La sabbia arriva dopo, lentamente, come tutto nel deserto.
Ma il cuore di questo viaggio non sono le dune. Sono le persone che ci cammineranno accanto.
Guide e cammellieri di M’hamid, nati e cresciuti ai margini del Sahara. Gente che legge il terreno come noi leggiamo un’insegna, che sa dove cercare l’ombra a mezzogiorno e dove montare il campo prima che cali il vento. Attraversare il deserto con loro significa scoprirlo attraverso i loro occhi: i nomi dei luoghi, i gesti del tè, le storie che si raccontano attorno al fuoco quando il buio arriva in fretta. Non saremo ospiti che guardano. Saremo compagni di strada, per qualche giorno.
Dormiremo in bivacco, sotto un cielo che a febbraio è nitido come raramente ci capita di vederlo, e che ci permetterà di contemplare la volta celeste come mai prima.
E sarà un momento particolare dell’anno. Il nostro cammino cade nei giorni che precedono l’inizio del Ramadan, il mese sacro del digiuno, atteso per l’8 febbraio. Sono giorni di attesa e di preparazione, e sarà l’occasione per parlare di fede, di religione e di cultura con chi la vive ogni giorno. Senza fretta, con curiosità, in punta di piedi.
Poi, piano piano, si risale. La valle del Drâa in senso contrario, il palmeto secolare, Ouarzazate, e infine, in auto, Aït Ben Haddou: la città rossa di terra cruda arroccata sotto l’Atlante, dove le carovane arrivavano dopo aver attraversato tutto quello che avremo attraversato anche noi.
L’ultima sera ci aspetta Marrakech. Dopo giorni di silenzio, il contrasto sarà quasi uno schiaffo: la piazza Djemaa el-Fna che si accende al tramonto, i vicoli del souk, le voci, i profumi, il rumore. Un ultimo modo di guardare il Marocco, opposto e complementare al deserto.
Non è un viaggio di prestazione. È un viaggio di sottrazione.
Nel Sahara le cose che servono sono poche e si contano con le dita: acqua, ombra, luce che cala, qualcuno con cui parlare. Tutto il resto, quello che ci portiamo addosso ogni giorno senza nemmeno accorgercene, si rivela per quello che è.
E alla fine si torna. Con la sabbia nelle scarpe, e con una misura nuova
impatto human
Per noi l’impatto è il modo in cui viaggiamo, scelta dopo scelta.
Chi ci accompagna vive qui. L’agenzia con cui camminiamo ha la sua sede operativa a M’hamid, alle porte del deserto. Guide, cammellieri e cuoco sono del posto: il loro lavoro non è un servizio comprato da fuori, è una parte della loro vita e della loro economia.
Il denaro resta dove camminiamo. La quota del trekking va per la gran parte all’agenzia locale, e da lì alle famiglie che rendono possibile ogni giornata nel deserto.
Un gruppo piccolo. Da 5 a 12 persone. Abbastanza pochi da non pesare sui luoghi e sulle persone, abbastanza da diventare, per qualche giorno, una piccola carovana.
A piedi. Nessun fuoristrada tra le dune, nessun campo tendato di lusso. Bivacchi semplici, dromedari per i bagagli, il ritmo lento di chi il deserto lo attraversa da sempre così.
Entrare in punta di piedi. Viaggiamo nei giorni che precedono il Ramadan, in una terra amazigh con una storia lunga e una lingua riconosciuta solo di recente. Arrivare preparati, ascoltare, chiedere prima di fotografare: anche questo è impatto.




